Arte Fiera. Quando l’arte è un mercato ma il mercato non c’è.

di Maria Chiara Wang e Giovanni Avolio

“Le fiere sono spettacoli catalizzatori di adrenalina per tutte quelle compravendite in qui confidenza, persuasione, pazienza, attenzione, per non parlare della forma, sono qualità del tutto accessorie.”

                                                                                                                                 Jerry Saltz

Partiamo da questa affermazione di Jerry Saltz per addentrarci in una riflessione sul valore delle fiere d’arte contemporanea e prendendo ad esempio Arte Fiera 2018 quale esposizione fieristica nazionale (anche se qualcuno dice ancora per poco).

Bologna la Dotta, la Grassa, la Rossa, da sempre attenta alle dinamiche artistiche internazionali; Bologna che ha visto i mostri sacri della street art passeggiare sotto i suoi portici negli anni Settanta; Bologna che ha accolto tra i propri padiglioni Gina Pane, Hermann Nitsch, Marina Abramović; Bologna delle lotte e del buon senso, degli orrori e delle meraviglie, che in anni difficili come quelli, non ha rinunciato alla naturale propensione avanguardista e che ha visto sorgere nelle sue “periferie” immense strutture. Era il 1974 quando ArteFiera da idea divenne realtà, preceduta solo da Art Basel e da Art Cologne. Riteniamo valida la seguente considerazione: esistono due dimensioni nelle manifestazioni di natura artistica, ovvero quella culturale e quella commerciale. Francesco Poli ne “Il sistema dell’arte contemporanea” afferma che: “Le fiere d’arte contemporanea rappresentano il trionfo esplicito della dimensione commerciale che si oppone, a livello di massima visibilità, alla dimensione culturale delle grandi manifestazioni espositive periodiche come la Biennale di Venezia […]”. Questa affermazione appare tanto brutale e pungente quanto reale. Le fiere d’arte espongono l’opera come merce: gli stand si sovrappongono, gli spazi sono angusti, le luci innaturali; sono il luogo dove l’arte viene maggiormente privata della sua “aura” di Benjaminiana memoria. Galleristi, artisti, critici, storici, collezionisti, appassionati, sono tutti presenti, a mostrare il loro outfit, per intessere relazioni, ad allargare i propri contatti, il tutto tra un bicchiere di Champagne e il ticchettio di un Rolex al polso. Sono la quintessenza della vanità che distingue e contraddistingue la nostra epoca. Queste affermazioni non vogliono essere esclusivamente critiche. L’arte ha avuto sempre bisogno di “fondi” per esistere e non è un caso se maestri indiscussi come Michelangelo, Raffaello, Andrea Del Sarto, Rosso Fiorentino, fossero pagati a suon di oro. Sono dinamiche necessarie non tanto al processo creativo, quanto alla crescita individuale dell’artista e alla divulgazione della sua arte.

Torniamo ad Arte Fiera, tanto piaciuta e tanto discussa. Senza addentrarci in critiche riguardanti l’organizzazione (lo stand in mezzo alla fiera della Iqos proprio non ci va giù), sorge spontanea una domanda: è una fiera, quindi un mercato creato per la vendita o una mostra d’arte? Se è un mercato, perché continua ad essere affidato alle mani di una curatrice? Se è una mostra, perché la selezione artistica appare quasi invariata tra una edizione e l’altra? Fare entrambe le cose è controproducente e i numeri ne danno conferma. Chi la fiera l’ha vissuta dall’interno e ha avuto modo di chiacchierare a lungo con i galleristi ha notato l’enorme insoddisfazione per le scarse vendite. Ma ovviamente la colpa non la si può attribuire esclusivamente all’angusto clima dei padiglioni, ma a tanti piccoli fattori che, almeno in Italia, stanno creando criticità. Il mercato è in forte calo; i collezionisti che una volta acquistavano seguendo l’istinto e la qualità adesso cercano l’investimento, i galleristi non hanno le idee chiare e non sanno bene cosa proporre. É un momento di “stallo”. La bolla speculativa che ha spinto all’acquisto spasmodico di opere degli anni Sessanta e Settanta sembra essersi placata e le recenti aste ne sono la dimostrazione. Qualcuno scorge nel futuro collezionistico il ritorno al figurativo, quello degli anni Ottanta per intenderci, e in effetti anche in fiera comincia a scorgersi qualcosa. Ma è ancora troppo presto per dare una direzione netta al mercato. Sorge spontanea un’altra domanda: a tracciare la rotta devono intervenire i soli galleristi o anche chi la fiera la organizza con uno sguardo dall’alto? Aspetto poi che i galleristi hanno poco gradito è stata la totale mancanza del taglio internazionale. È vero che Arte Fiera nasce per premiare le eccellenze artistiche del panorama nazionale, ma così facendo con chi le premia? Gli italiani conoscono già la loro arte, non sarebbe dunque auspicabile farla conoscere anche fuori e attrarre il collezionista straniero? Va anche tenuto in considerazione che le gallerie italiane invitate espongono principalmente artisti internazionali, mentre i nazionali sono quasi sempre rilegati ai grandi nomi. Non sarebbe corretto allora invitare, per lo meno, gallerie internazionali che trattano artisti italiani? In questo modo si salvaguarderebbero le nostre eccellenze e, contemporaneamente, si spingerebbe il collezionista straniero a tenere in considerazione la “nostra” offerta. E poi la presenza di stand poco attinenti alla fiera stessa, la mancanza di importanti gallerie italiane, l’assenza di alcuni collezionisti di spessore, sono tutti elementi dai quali è possibile trarre future riflessioni. Non è una critica rivolta ad Angela Vettese, che anzi è stata spesso elogiata dai galleristi, consapevoli che le sorti di un evento come quello bolognese non si risollevano in una o due edizioni, ma ci si augura una riflessione profonda e attinente alle dinamiche di mercato e artistiche internazionali. Nell’epoca della grande globalizzazione bisogna gettare i paraocchi!

Arte Fiera, Bologna, veduta. Foto di Giovanni Avolio.

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